Emergenza Coronavirus, Consulcesi al fianco degli utenti per i rimborsi viaggi

A seguito dell’emergenza sanitaria causata dal diffondersi del Coronavirus, anche la Maratona di Roma 2020, prevista per lo scorso 29 marzo, è stata rinviata. E all’annullamento dell’evento sono seguite la cancellazione di voli, dei pacchetti viaggio prenotati da tempo e delle molteplici attività programmate, a seguito delle restrizioni previste nell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio. In questo modo, molte persone vivono nell’incertezza di perdere i soldi spesi per pre prenotazioni di treni, aerei, gite e per la partecipazione ad eventi di diverso genere con l’arrivo dei week – end di primavera. Il pool legale Consulcesi, allora, ha deciso di sostenere le tante persone che vivono questa particolare situazione. 

Negli ultimi giorni, infatti, il team legale Consulcesi ha preso in carico le tante richieste arrivate da utenti indecisi sul da farsi e ha fornito alcuni consigli utili per la risoluzione di queste criticità. Intanto, il Governo ha stabilito alcune misure urgenti da applicare per tutti coloro che hanno proceduto, nei mesi scorsi, all’acquisto di biglietti e pacchetti viaggio, sia in forma privata che attraverso un’agenzia viaggi e che non potranno goderne a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Queste particolari misure a favore degli utenti sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale (articolo 28 D. L. numero 9/2020) e riportate anche nell’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. In particolare, avranno diritto al rimborso delle spese affrontate le seguenti categorie di soggetti: coloro che hanno subito lo stato di quarantena, siano residenti nelle zone rosse o in aree dove sono previste limitazioni rilevanti; privati o aziende che hanno pianificato viaggi e trasferte, che prevedono partenza o destinazioni verso le zone rosse o sottoposte a limitazioni; coloro che avevano prenotato viaggi e trasferte in seguito alla partecipazione a concorsi, eventi o manifestazioni, annullate a seguito del provvedimento restrittivo; coloro che, dopo l’acquisto di biglietti in Italia con destinazione estere, si accertano che non si può sbarcare nelle zone di destinazione, a causa della pandemia. In assenza di un provvedimento che rientri in una di queste situazioni, verranno applicate le regole ordinarie, previste in caso di annullamento di viaggi e pacchetti viaggio. 

Qualora, invece, l’utente ravvisi la presenza delle adeguate condizioni, dovrà far pervenire una comunicazione all’agenzia viaggi o alla compagnia aerea per chiedere un rimborso per la spesa sostenuta, inserendo la copia del biglietto e la comprovata partecipazione all’evento che ha subito l’annullamento. L’inoltro della comunicazione deve essere realizzato entro 30 giorni: dal termine dei diversi divieti; dall’annullamento, sospensione o rinvio dell’evento pianificato; dalla data prevista per la partenza verso un paese in cui è stato imposto un divieto di ingresso. Entro i 15 giorni dall’arrivo della richiesta, il destinatario della domanda deve intervenire mediante un rimborso della somma erogata, oppure attraverso l’emissione voucher di pari importo, che dovrà essere utilizzato entro un anno da quando è stato diffuso. La stessa procedura dovrà essere messa in pratica dagli utenti che, a causa delle conseguenze della pandemia, deve rinunciare alla fruizione di un pacchetto turistico. In situazioni di questo genere, gli utenti potranno avvalersi del diritto di recesso, chiedendo la restituzione del prezzo già corrisposto. Di conseguenza, l’organizzatore potrà decidere per il rimborso, offrire un pacchetto sostitutivo di pari o maggiore valore o, in alternativa, rilasciare un voucher di stesso valore, ma da spendere nell’anno. Per restare informati, basterà scrivere a [email protected] o telefonare al numero verde 800.122.777.

Leggi anche: eBook Massimo Tortorella.

“Prima linea, prima e dopo”: team legale Consulcesi lancia una campagna di ringraziamento a sostegno di medici e operatori socio – sanitari

Il team legale Consulcesi, da anni punto di riferimento per medici e operatori sanitari, ha lanciato la campagna “Prima linea, prima e dopo”, al fine di mostrare riconoscenza e gratitudine al personale medico – sanitario che sta fronteggiando l’emergenza sanitaria da Coronavirus e non dimenticare il loro sacrificio al termine dell’epidemia. Nonostante i turni estenuanti, gli episodi di violenza subiti, gli stipendi mancati, le strutture deficitarie e i problemi affrontati ogni giorno, il personale medico e sanitario è impegnato ogni giorno a salvaguardare la salute della collettività, un diritto costituzionale riconosciuto a tutti, ma possibile solo grazie al loro operato quotidiano. “Prima linea, prima e dopo”, la campagna lanciata dal team legale Consulcesi, è finalizzata ad incoraggiare le società e le istituzioni perché i tanti messaggi, post e testimonianze di riconoscenza pubblicati sui social e sui giornali, si trasformino nell’immediato futuro in garanzie e tutele concrete per la categoria dei medici e degli operatori socio – sanitari.

Il lancio della campagna “Prima linea, prima di tutto”, lanciata dal pool legale Consulcesi, avverrà sui social e del gruppo Consulcesi e poi inviata a 120000 medici e operatori sanitari. La campagna sarà poi accompagnata da una lettera aperta del Presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella. L’immagine che accompagna la campagna “Prima linea, prima e dopo”, lanciata dal team legale Consulcesi, riassume bene il momento di grande emergenza. Si tratta, infatti, del profilo di un uomo sfiancato dalla stanchezza, mani giunte appoggiate sulla fronte e da cui pende uno stetoscopio. Massimo Tortorella, presidente del team legale Consulcesi, spiega la scelta: “È una fotografia della situazione che stanno vivendo gli operatori sanitari nella battaglia contro il Coronavirus”. Poi, Massimo Tortorella, presidente del team legale Consulcesi, sottolinea come medici e operatori socio – sanitari stiano fronteggiando l’emergenza senza poter contare sui giusti strumenti o misure di prevenzione. Questo rende tutto più rischioso per chi lavora nel comparto medico – sanitario. Così, il presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella, ha aggiunto che il team legale Consulcesi, da sempre punto di riferimento per medici e personale sanitario, “ha voluto ringraziare uno ad uno con la campagna Prima linea, prima e dopo”. Il testo della lettera aperta con cui Massimo Tortorella, presidente del team Consulcesi, ha voluto esprimere solidarietà e ringraziamento al personale medico e socio – sanitario, sottolinea gli sforzi e sacrifici di questi giorni. Pertanto, in relazione a questa grave emergenza sanitaria, Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, ha evidenziato quanto sia fondamentale “avere una sanità efficiente nelle strutture e nelle persone” e ha esortato i cittadini “non è solo seguire scrupolosamente le regole imposte per limitare la diffusione del virus, ma anche non dimenticare i turni massacranti, aggressioni, retribuzioni negate, strutture carenti che affrontano da anni queste persone, e nonostante questo, oggi sono in prima linea a difendere la salute pubblica”. Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, ha definito gli operatori sanitari “un pilastro che sta sostenendo tutta la popolazione italiana”. Nel testo della lettera, Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, ha espresso il suo grazie al personale medico – sanitario e ha loro dedicato un abbraccio virtuale, nella speranza “che condividendo sui social e con ogni altro mezzo il nostro “grazie” si possa far sentire a tutti loro che tutta l’Italia è fiera di loro e che il loro in prima linea lo dovremmo ricordare”. Ribadendo la sua gratitudine, il presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella, ha concluso la sua lettera affermando: “GRAZIE non è abbastanza. Mai come oggi, agli operatori sanitari si chiede tanto… mai come domani, dovremmo ricordarcene”.

Riscatto Laurea Agevolato con Consulcesi & Partners

RISCATTO LAUREA AGEVOLATO: MEDICI IN FUGA DAL SSN BOOM DI RICHIESTE PER CONSULCESI & PARTNERS Il network legale C&P sta gestendo centinaia di richieste arrivate nel giro degli ultimi 10 giorni: limiti d’età, calcoli, riscatto agevolato ed opzione donna: ecco tutto quello che c’è da sapere.

Se da un lato, bisogna fronteggiare la carenza di medici negli ospedali con misure straordinarie che consentono di lavorare fino a 70 anni, dall’altro lato, i desideri dei camici bianchi sembrano andare in direzione opposta. A seguito delle novità introdotte dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sanitaria, il network legale dei professionisti sanitari Consulcesi & Partners registra un boom di richieste – con centinaia di richieste in pochi giorni –  da parte dei medici per il supporto all’avvio dell’iter di riscatto della laurea in Medicina e degli anni di specializzazione post universitaria.

Le nuove norme per il riscatto della laurea potrebbero rappresentare un importante strumento per molti medici e operatori sanitari per programmare un ritiro dal lavoro in tempi congrui e dignitosi, che consentirebbero, qualora ci fossero i presupposti, di accedere alla pensione anticipatamente. Con la circolare n. 6 del 22 gennaio 2020, l’INPS amplia considerevolmente la platea dei possibili beneficiari del riscatto di laurea, estendendo il diritto anche a coloro che hanno conseguito il titolo di studio prima del 1996, o a cavallo di quell’anno, ed eliminando i vecchi limiti d’età a 45 anni.

Facciamo chiarezza per i medici.

Se un medico che inizia a lavorare a trent’anni non riscatta la laurea, i 38 anni della quota 100 ma anche i 42 anni, li raggiunge oltre i 67 anni. Quindi è del tutto evidente che, per chi ha una carriera lunga e vuole assicurarsi la possibilità di andare in pensione ad una età non troppo tarda, e programmare un’uscita dal lavoro che non sia intorno ai 70 anni, il riscatto della laurea è importante. 

Come funziona? 

È possibile riscattare fino a cinque anni di studi universitari, compresi gli anni di specializzazione medica, versando la somma di 5.260,00 euro per ciascun anno, anche per coloro che abbiano conseguito il titolo di studi prima del 1996, ma a condizione che il medico abbia:

– meno di 18 anni di contributi versati prima del 31/12/1995;

– almeno 15 anni di contributi complessivamente versati al momento della prestazione della domanda di riscatto;

– almeno 5 anni accantonati dopo il 1996 (con il sistema contributivo).

L’Inps ha anche chiarito che la facoltà di riscatto agevolato potrà essere richiesta contestualmente alla domanda di pensione nel caso di accessi anticipati che comportino, anche indirettamente il ricalcolo contributivo dell’assegno. Si deve ricordare che l’opzione per il calcolo contributivo della pensione deve intendersi irrevocabile sia se esercitata al momento del pensionamento, sia se esercitata nel corso della vita lavorativa quando produce effetti sostanziali. Il pagamento potrà essere liquidato in un’unica soluzione, oppure dilazionato fino a 120 rate mensili. 

Come avviene il calcolo? 

Condizione essenziale per poter accedere al sistema del riscatto agevolato è che il lavoratore, che voglia far considerare gli anni di studio antecedenti al 1996, opti per la liquidazione dell’assegnazione della pensione con il solo metodo contributivo. In altre parole, con i versamenti in misura fissa, indipendentemente dal livello di reddito o dallo stato occupazionale, si potranno coprire gli anni scoperti da contribuzione nel diritto, ma non anche nella misura. Fino al 31 dicembre 1995, infatti, il sistema di calcolo della pensione è retributivo, mentre dopo diventa contributivo. Ebbene, gli anni riscattati per motivi di studio ante 1996 saranno considerati dall’Inps ai fini pensionistici sono nel regime contributivo, in deroga al sistema di calcolo tradizionale.

Riscatto agevolato ed Opzione donna:

La circolare si occupa anche delle lavoratrici che abbiamo maturato i requisiti per l’anticipo pensionistico cd. “opzione donna”, che prevede comunque la conversione del metodo contributivo.

Le lavoratrici che abbiano raggiunto il requisito anagrafico per accedere al pensionamento con l’Opzione Donna, ovverosia 59 anni per le lavoratrici autonome a fronte dei 58 per quelle dipendenti, possono quindi incrementare l’altro requisito richiesto dei 35 anni di anzianità contributiva, eventualmente non ancora raggiunto, usufruendo del riscatto di laurea in forma agevolata calcolato con il metodo a percentuale.

Riscatto agevolato degli anni di studio, boom di richieste da parte dei medici al pool legale Consulcesi

Nonostante il deficit di medici nelle struttura sanitarie e la necessità di trattenere i camici bianchi tra le corsie degli ospedali fino a 70 anni, gli interessati sembrano avere aspirazioni diverse. Dopo le tante novità introdotte dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sanitaria, il pool legale Consulcesi & Partners, da anni punto di riferimento e sostegno per medici e personale sanitario, ha fatto registrare un picco di richieste in pochissimi giorni da parte di un elevato numero di medici. Infatti, questi ultimi hanno richiesto il supporto legale del team Consulcesi al fine di avviare la procedura di riscatto degli anni della laurea in Medicina e di quelli della specializzazione post laurea. Il riscatto degli anni della laurea è sottoposto ad una legislazione che potrebbe agevolare medici ed operatori sanitari nella pianificazione di un ritiro dalla professione in tempi adeguati e dignitosi. Inoltre, se si creassero le giuste condizioni, le nuove norme per il riscatto degli anni universitari potrebbero aiutare medici ed operatori sanitari ad accedere alla pensione anticipata. L’INPS ha diffuso, infatti, la circolare numero 6 del 22 gennaio 2020, nella quale ha previsto la presenza di un numero maggiore di beneficiari del riscatto degli anni della laurea, includendovi quelli che hanno conseguito il titolo prima o a cavallo del 1996, senza il limite d’età, prima fissato a 45 anni. Dunque, il beneficio derivato dal riscatto degli anni universitari diventa fondamentale per il professionista che desidera portare avanti una carriera lunga nel campo medico e che, allo stesso tempo, voglia ritirarsi dal lavoro prima dei 70 anni. Il riscatto degli anni universitari e della specializzazione post laurea diventa condizione possibile se si versa un contributo pari a 5260 euro per ogni anno. Hanno accesso al beneficio anche coloro che hanno conseguito il titolo prima del 1996, purché si realizzino le seguenti condizioni: meno di 18 anni di contributi versati prima del 31/12/1995; almeno 15 anni di contributi versati quando si presenta la domanda di riscatto; almeno 5 anni di contributi versati dopo il 1996 attraverso il sistema contributivo. L’INPS ha poi affermato che il diritto al riscatto agevolato potrà essere avanzato anche in contemporanea alla presentazione della domanda di pensione, qualora si realizzi una pensione anticipata, per cui sarà necessario un ricalcolo contributivo indiretto dell’assegno. Il calcolo contributivo per la pensione è irrevocabile se tale opzione è stata messa in pratica al momento del pensionamento e nel corso dell’attività professionale, quando realizza effetti sostanziali. Il pagamento potrà essere realizzato in un’unica soluzione o procrastinato fino a 120 rate dal carattere mensile. Il lavoratore che desideri accedere al sistema di riscatto agevolato e voglia inserire gli anni di studio precedenti al 1996 deve prediligere la liquidazione dell’assegnazione della pensione attraverso il metodo contributivo. La procedura si potrà realizzare mediante i versamenti in misura fissa, senza prestare attenzione al livello di reddito o allo stato occupazionale. In questo modo, infatti, si potrà procedere con la copertura degli anni scoperti da contribuzione, ma solo nel diritto e non nella misura. Il sistema di pensione ha assunto carattere retributivo solo fino al 31 dicembre 1995, poiché in seguito ha assunto un carattere contributivo. Pertanto, gli anni di studio portati avanti prima del 1996 e che si desidera riscattare verranno considerati dall’INPS ai fini pensionistici all’interno del regime contributivo, ma solo in deroga al sistema di calcolo tradizionale. La circolare pubblicata dal pool legale Conculcesi, poi, riserva una particolare attenzione alle lavoratrici, che siano in possesso dei requisiti per l’accesso anticipato alla pensione, grazie all’opzione donna. Anche questa possibilità prevede la conversione del metodo contributivo. Le dipendenti che siano in possesso dell’adeguato requisito anagrafico per accedere al pensionamento con l’Opzione Donna (59 anni per le lavoratrici autonome, 58 per quelle dipendenti), possono accrescere l’altro requisito richiesto dei 35 anni di anzianità contributiva, eventualmente non ancora raggiunto, usufruendo del riscatto di laurea in forma agevolata calcolato con il metodo a percentuale.

Relazione sull’Amministrazione della Giustizia 2019, pool legale Consulcesi evidenzia l’inefficacia della mediazione in tema di controversie medico – paziente

Dalla conclusione della Relazione sull’Amministrazione della Giustizia 2019, esposta in tempi recenti dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, è emerso che l’istituto della mediazione non porta i frutti sperati nella risoluzione delle controversie medico – paziente, in relazione alla questione della responsabilità sanitaria. Pertanto, l’istituto della mediazione è stato eliminato dalla delega del disegno di legge della riforma della giustizia civile, che Bonafede ha presentato lo scorso 5 dicembre, in seno al Consiglio dei Ministri. Nonostante questo dato sfavorevole, la relazione annuale ha mostrato comunque un significativo calo dei processi civili in corso di fronte agli organi di giustizia, anche se resta il problema della loro eccessiva durata. Inoltre, altra criticità importante resta l’adeguatezza delle Alternative Dispute Resolution (ADR – Risoluzione Alternativa delle Controversie), soprattutto nel settore della responsabilità sanitaria. Infatti, la legge consente di avvalersi della mediazione per responsabilità medica, evitando il giudizio. La relazione mette in luce come l’istituto della mediazione permetta il raggiungimento di un accordo su questioni quali i Diritti reale, il Comodato ed i Patti di Famiglia. In tematiche come i Contratti bancari, finanziari, assicurativi ed il Risarcimento danni per responsabilità medica, invece, il raggiungimento dell’intesa è obiettivo più complesso. Dalle conclusioni della Relazione annuale sull’Amministrazione della Giustizia 2019, dunque, emerge come la causa principale che impedisce la risoluzione pacifica dei contenziosi è la mancata volontà degli attori coinvolti nel voler individuare una soluzione condivisa. Il Governo pare abbia imboccato un percorso opposto a quello indicato e preferito dall’Unione Europea che, a tal proposito, incoraggia alla messa in atto di Alternative Dispute Resolution sempre più performanti, al fine di ottenere i migliori esiti. Anche l’iter previsto dal sistema 696 bis del Codice di Procedura Civile, in tema di Accertamento Tecnico e Ispezione Giudiziale, non riesce a perseguire gli obiettivi previsti, a causa dei costi eccessivi, dei tempi lunghi, delle difficoltà emerse dal procedimento e dall’assenza della Compagnie assicurative. Il quadro si completa con il richiamo del Primo Presidente della Corte di Cassazione che, all’interno della sua relazione annuale, menziona velatamente che i decreti sulla Legge Gelli non sono stati emanati, sottolineando dunque, l’inadeguatezza e l’assenza delle istituzioni in relazione ad una questione così stringente.

“Rischio clinico e gestione del contenzioso” al centro del Convegno, promosso da Consulcesi, Sanità In – Formazione e La Sapienza

“Il Rischio clinico e la gestione del contenzioso”, questo il titolo del Convegno organizzato dall’Università La Sapienza di Roma, con il supporto del team legale Consulcesi e di Sanità In – Formazione. Nel corso dell’incontro, a proposito delle tematiche affrontate, Vittorio Fineschi, professione ordinario di Medicina Legale presso La Sapienza, ha sottolineato la necessità di individuare “criteri di gestione comuni che consentano a tutti gli ospedali di seguire il medesimo approccio, una sorta di linee guida su scala nazionale di gestione del risk management”. Tuttavia, l’obiettivo si può conseguire unicamente attraverso un confronto tra le parti interessate e “l’individuazione di modelli virtuosi nelle varie strutture ospedaliere, con l’obiettivo di crescere metodologicamente insieme”. La prima giornata del convegno ha affrontato il tema della sicurezza delle cure, diviso tra il rischio clinico da un lato e la gestione delle eventuali controversie, dall’altro. Nel corso dell’incontro, infatti, si è proceduto con lo studio delle novità che la giurisprudenza ha operato nell’ultimo periodo, in relazione alla responsabilità professionale. L’attenzione si è rivolta alla 10 sentenze della Corte di Cassazione nel settore civilistico e alla pronuncia della Cassazione a sezioni unite nel comparto penale. L’incontro ha affrontato diversi temi, dalla violazione del consenso informato, al realizzarsi di aggravamenti o infezioni, fino al nesso do causa e alle tante questioni sulla valutazione del danno. Il confronto su queste tematiche ha sottolineato quanto sia importante mettere in pratica un approccio uniforme, al fine di attuare in modo completo la legge Gelli, che suggerisce la modalità di azione e di operare nel settore. Il Professor Fineschi, a tal proposito, ha affermato: “Questi anni sono stati importanti perché ormai a distanza di due anni, stiamo creando una situazione di consenso intorno alla legge e intorno a ciò che essa dice. Chiaramente il percorso è lungo e i decreti attuativi, in tal senso, daranno un ulteriore miglioramento a questa legge”. Temi quali il rischio clinico e la sicurezza delle cure mediche sono da tempo al centro di discussioni e dibattiti. Le organizzazioni sanitarie  sono da sempre in prima linea, al fine di individuare i giusti strumenti, per incrementare la qualità e fare prevenzione nei comparti assistenziali e sanitari. Gli ultimi anni hanno fatto registrare un picco nel numero delle azioni giudiziarie, che pazienti e congiunti hanno attivato nei confronti di medici e strutture sanitarie, pubbliche o private. Le statistiche hanno mostrato come negli ultimi tempi, su 8milioni di ricoveri per anno, 320000 paziente siano stati soggetti ad errori o deficienze organizzative all’interno delle struttura ospedaliere. Le controversie nel settore hanno raggiunto i 10000 – 12000 casi a livello nazionale. È compito del Risk Management identificare e definire quali sono gli interventi da mettere in atto, al fine di individuare, coordinare e limitare i rischi nel settore sanitario, soprattutto per i professionisti che vi operano. Anche la gestione delle controversie è stato altro tema centrale del convegno. La conduzione del contenzioso finisce, per la maggior parte delle volte, in un’aula del Tribunale e, a lungo andare, questo diventa un autentico problema. L’articolo 15 della Legge Gelli prevede la nomina obbligatoria da parte del giudice di un collegio, costituito da due professionisti, in particolar modo uno specialista in medicina legale ed uno nel coarto per cui si è aperto il contenzioso. Il Professor Fineschi  ha sottolineato la funzione del Consulente Tecnico d’Ufficio, in particolar modo del Collegio Peritale. A tal proposito, ha affermato: “Bisogna andare sempre più verso una maggiore qualità nella gestione dei processi valutativi propri della fase del contenzioso, secondo il percorso indicato dalla legge Gelli. La qualità è fondamentale per essere sempre in grado di giudicare l’operato di altri medici, quindi una peer review come direbbero gli anglosassoni, una valutazione dei comportamenti tra pari: solo così il giudice avrà la migliore disamina possibile da un punto di vista scientifico per assumere la decisione più giusta e corretta rispetto al caso incriminato”. Il convegno ha affrontato anche la questione assicurativa. A tal proposito, sono state mostrate le cifre raccolte nell’ultimo periodo, che hanno messo in luce problemi e possibilità in relazione alla prospettiva delle aziende di procedere con l’ “autoritenzione”, accollandosi il rischio economico, che potrebbe sorgere dal realizzarsi da eventi infausti. In questo caso, si paventa la possibilità di rimetterlo totalmente all’assicuratore di turno o fare ricorso al sistema misto. Le conseguenze derivanti da una delle soluzioni previste potranno evidenziarsi solo nel lungo periodo, poiché si tratta di tempi ampi, a cui va aggiunti l’eventuale ruolo svolto dai decreti che verranno emessi, in tema di assicurazione dei rischi sanitari. Il convegno, dunque, ha avuto come obiettivo discutere sul tematiche  fondamentali, che richiedono condivisione, unione ed uniformità, al fine di costruire una base solida, su cui il sistema sanitario potrà fondarsi. 

Malattie cardiache, il burnout riconosciuto come fattore di rischio. E Consulcesi attiva uno sportello gratuito per consulenze legali

Arriva il riconoscimento anche in sede legale per le vittime del “burnout”, malessere sempre più diffuso e causato dallo stress per un eccessivo carico di lavoro. Dall’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è giunta la conferma: la sindrome del burnout colpisce in misura maggiore le figure professionali impegnate nelle “helping profession”, con un’incidenza crescente tra i medici e gli operatori professionali. Secondo i dati forniti dallo European General Practice Research Network, i medici italiani (9 su 10, stando alle statistiche) sono le vittime principali della sindrome del burnout. A confermare i numeri dell’OMS, arriva una ricerca americana portata avanti dallo European Society of Calrdiology (Esc), che ha studiato 11000 soggetti sottoposti al rischio della sindrome per 25 anni. Lo studio ha evidenziato una correlazione tra il burnout e le malattie del cuore, per cui esiste il 20% di rischio di sviluppare la fibrillazione atriale. La ricerca ha messo in luce che il burnout provoca anche alterazioni del ritmo cardiaco, causando aritmie, ictus, infarti, il più delle volte con conseguenze mortali per le vittime. 

Il malessere da burnout può avere effetti anche sulla psiche dell’individuo, oltre che sul fisico. Il pool legale Consulcesi, da molto tempo punto di riferimento per le risorse umane impegnate nel settore medico e sanitario, mostra il suo compiacimento per il riconoscimento della sindrome di burnout in sede legale: “Questo è un risultato molto importante, che apre le porte a nuove iniziative giudiziarie e alla possibilità di ottenere il risarcimento del danno, qualora sia comprovato un nesso causale tra la sindrome del burnout e le sue conseguenze e una condotta datoriale in violazione dei precetti previsti per la sicurezza in ambito lavorativo”. Le recenti pronunce che hanno portato alle sentenze 1452/2018 e 597/2019 hanno fornito risultati incoraggianti e consentito ai lavoratori di ottenere il riconoscimento per il danno subito da eccessivo stress sul lavoro. Le sentenze, infatti, hanno anche evidenziato le responsabilità dei datori di lavoro, come una delle cause scatenanti del malessere da stress lavorativo. La sindrome del burnout è causata soprattutto dalla mancanza del personale, dai turni eccessivamente lunghi e dagli eccessivi carichi di lavoro. Depressione, dipendenza da alcool e suicidio sono le conseguenze più frequenti del burnout. Pertanto, al fine di proteggere i diritti di medici e di operatori sanitari, il pool legale Consulcesi ha messo a disposizione degli utenti uno sportello di consulenza legale. Il servizio è completamente gratuito; offre una valutazione medico – legale per chiarire i dubbi e soddisfare le domande degli operatori sanitari, che hanno sospetto di essere vittime di burnout e vogliono vedere riconosciuti i propri diritti. Consulcesi, allora, ha istituito un numero verde, 800.122.777, anche se le domande possono essere inoltrate attraverso il sito www.consulcesi.it. Il burnout si manifesta più frequentemente nei professionisti che lavorano nel campo delle “helping profession”, le cosiddette professioni di aiuto, in modo particolare medici, personale sanitario, insegnanti, avvocati e poliziotti. Depersonalizzazione, stanchezza cronica, cinismo, sensazione di perdita di senso nei confronti del proprio lavoro sono i primi campanelli di allarme, che indicano i primi esordi della sindrome del burnout. Riconoscere e segnalare  la sindrome da burnout e le sue conseguenze diventa fondamentale per poter prendere coscienza della propria situazione, agendo poi per via legale. La sindrome da burnout è causata principalmente da tre fattori scatenanti: 1. Orari troppo prolungati e carichi di lavoro eccessivamente gravosi: giornate di lavoro lunghe e troppo lavoro, soprattutto nel corso della notte, hanno come conseguenze risultati cognitivi, paragonabili a quelle ottenute con un tasso alcolemico pari allo 0,4 – 0,5%. Aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, un peggioramento delle prestazioni cognitive ed un incremento del rischio clinico. Il 34% dei medici ha affermato che lavorare per lunghe ore è insostenibile; 2. Scarso ricambio tra il personale: l’aumento dei reparti e l’incremento del numero di pazienti da gestire per carenze del personale, uniti alle inefficienze nella coordinazione e gestione dell’intero sistema, portano i professionisti a dover sopportare un eccessivo carico di stress; 3. Aumento degli incarichi burocratici: il medico ha sempre più compiti da gestire, che vanno oltre la presa in carico dei pazienti. Le pratiche burocratiche assorbono molte energie e tempo degli operatori sanitari. Il 59% dei medici vede in modo negativo l’espletamento e l’incremento delle pratiche amministrative da dover portare avanti; 4. Aspettative di salute: i pazienti nutrono aspettative spesso esagerate ed esasperate, incoraggiate dalle false informazioni reperite sul web. Le denunce a carico dei medici per eventuali casi di malasanità sono in costante aumento. Il fenomeno costringe il medico a mettere in atto pratiche di medicina legale, che hanno conseguenze importanti sul corretto e sereno svolgimento della sua attività professionale.

Consulcesi sostiene le vittime della sindrome da burnout

Le vittime della sindrome del “burnout”, sempre più diffusa e causata dallo stress lavorativo, possono ricevere un riconoscimento della malattia in sede legale. L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accertato come la sindrome del burnout colpisca in misura maggiore le risorse umane impegnate nelle “helping profession”, con un’incidenza crescente nei medici e negli operatori professionali. Stando ai dati diffusi dallo European General Practice Research Network sono i medici italiani le vittime principali della sindrome del burnout, con una statistica che parla di 9 medici su 10. Inoltre, una ricerca americana portata avanti dallo European Society of Calrdiology (Esc) ha studiato 11000 soggetti sottoposti al rischio della sindrome per 25 anni. Dallo studio è emerso come sia verificata una correlazione tra il burnout e le malattie del cuore, con un 20% di rischio di sviluppare la fibrillazione atriale. Dalla ricerca è stato possibile evincere che il burnout provoca anche disturbi del ritmo cardiaco, quali aritmie, ictus, infarti, il più delle volte con conseguenze mortali per le vittime. La sindrome da stress per un eccessivo prolungamento dell’attività lavorativa può avere effetti anche sulla psiche dell’individuo, oltre che sul fisico. L’équipe legale Consulcesi, da sempre al fianco del personale medico e sanitario, mostra la sua soddisfazione per il conseguimento di questo nuovo traguardo: “Questo è un risultato molto importante, che apre le porte a nuove iniziative giudiziarie e alla possibilità di ottenere il risarcimento del danno qualora sia comprovato un nesso causale tra la sindrome del burnout e le sue conseguenze e una condotta datoriale in violazione dei precetti previsti per la sicurezza in ambito lavorativo”. Le sentenze numero 1452/2018 e 597/2019, da poco emesse, hanno già dato risultati e hanno permesso ai lavoratori di ottenere il riconoscimento per il danno subito da eccessivo stress sul lavoro con responsabilità importanti per i datori di lavoro. La sindrome del burnout è causata principalmente da mancanza del personale, turni eccessivamente lunghi, carichi di lavoro pesanti. La sindrome del burnout ha portato le vittime a subire la depressione, ad intraprendere la strada dell’alcolismo fino al suicidio. Al fine di vedere tutelati i propri diritti, l’équipe legale Consulcesi ha messo a disposizione degli utenti uno sportello di consulenza legale. Si tratta di un servizio gratuito; offre una valutazione medico – legale per chiarire i dubbi e soddisfare le richieste degli operatori sanitari, che hanno sospetto di essere vittime di burnout e vogliono vedere riconosciute le proprie istanze. A tal proposito, è stato istituito un numero verde, 800.122.777, ma le richieste possono essere inoltrate anche presso il sito www.consulcesi.it. La sindrome del burnout è più frequente nelle risorse umane che lavorano nel campo delle “helping profession”, le cosiddette professioni di aiuto, in modo particolare medici, personale sanitario, insegnanti, avvocati e poliziotti. I primi sintomi della malattia del burnout sono la depersonalizzazione, la stanchezza cronica, cinismo, e sensazione di perdita di senso nei confronti del proprio lavoro. Riconoscere e segnalare  la sindrome da burnout e le sue conseguenze diventa fondamentale per poter prendere coscienza della propria situazione, agendo poi per via legale. La sindrome da burnout è causata principalmente da tre fattori importanti: 1. Orari insostenibili e carichi di lavoro estremamente pesanti: giornate di lavoro lunghe e troppo lavoro, soprattutto nel corso della notte, comportano risultati cognitivi, paragonabili a quelle ottenute con un tasso alcolemico pari allo 0,4 – 0,5%. Si è registrato un incremento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, un peggioramento delle prestazioni cognitive ed un aumento del rischio clinico. Il 34% dei medici ha rilevato come lavorare per lunghe ore sia divenuto insostenibile; 2. Scarso ricambio tra il personale: l’aumento dei reparti e l’incremento del numero di pazienti da gestire per carenze del personale, uniti alle inefficienze nella coordinazione e gestione dell’intero sistema, portano elevati carichi di stress alle risorse umane coinvolte; 3. Incremento degli incarichi burocratici: il medico ha sempre più compiti da gestire, che vanno oltre la presa in carico dei pazienti. Le pratiche burocratiche assorbono molte energie e tempo degli operatori sanitari. Il 59% dei medici considera in modo negativo l’espletamento e l’incremento delle pratiche amministrative da dover portare avanti; 4. Aspettative di salute: i pazienti nutrono aspettative spesso esagerate ed esasperate, incoraggiate dalle false informazioni reperite sul web. Con l’aumentare delle denunce a carico dei medici per eventuali casi di malasanità, costringono il medico a mettere in atto pratiche di medicina legale, che hanno conseguenze importanti sul corretto e sereno espletamento della sua attività professionale.

Allarme aggressioni negli ospedali: Consulcesi lancia iniziative importanti per dire stop alla violenza

Emergenza aggressioni tra le corsie ospedaliere. L’anno 2020 si è aperto con altre due aggressioni in poche ore ai medici e al personale sanitario. Gli episodi si sono verificati nelle zone del napoletano. Il primo attacco violento si è registrato poco dopo la mezzanotte quando, nel quartiere di Barra, un petardo è stato scagliato verso un’ambulanza. Il secondo avvenimento si è verificato presso il nosocomio “San Giovanni Bosco”, dove una dottoressa è stata assalita con una bottigliata sul viso. Si presume l’aggressore fosse un paziente con problemi psichiatrici. Questi due nuovi episodi si sommano ai casi che, ogni anno, coinvolgono migliaia tra medici e personale sanitario, vittime di aggressioni fisiche o verbali da parte di pazienti o parenti. Molti casi non vengono denunciati e i numeri non restituiscono pienamente le cifre reali del fenomeno. Stando ai dati riportati dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Omceo), nel 2019 i casi di violenza su medici e operatori sanitari sono stati 1200, con una media di 3 aggressioni quotidiane. Il sindacato dei medici dirigenti Anaaao Assomed riferisce che i casi di violenza fisica e verbale riguardano 7 medici su 10, per un totale del 66%. Sempre Anaao Assomed aggiunge che, su questo 66%, due casi su tre hanno riguardato un episodio di aggressione verbale, il resto ha subito violenza fisica. I reparti più esposti ad episodi di violenza sono il pronto soccorso e la psichiatria. Le aree più toccate dagli episodi di violenza e aggressione nei confronti di medici e personale sanitario sono il Sud, con il 72% dei casi, e le Isole, con 80% degli episodi denunciati, soprattutto tra il personale del pronto soccorso. Consulcesi, pool legale e sostegno per oltre 100000 tra medici e personale sanitario, da oltre un anno ha lanciato “ telefono rosso”. Si tratta di un servizio gratuito che Consulcesi ha messo a disposizione di medici e sanitari vittime di aggressione, al fine di assicurare una protezione dal punto di vista legale e un sostegno psicologico. A proposito delle cifre sulle aggressioni, Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, afferma: “I numeri sono molti di più. Buona parte dei medici, come ci rivelano le oltre 200 segnalazioni del telefono rosso, non denunciano per vergogna, rassegnazione o timore di ulteriori soprusi”. Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, sottolinea come i casi di violenza riguardino tutti i ruoli all’interno dell’organigramma ospedaliero, poiché sono vittime di aggressioni “diverse categorie lavorative, dalle ostetriche ai chirurghi”. Quotidianamente il personale medico è bersaglio di aggressioni fisiche o accuse verbali, che contribuiscono a creare un’atmosfera di insofferenza nei confronti di questa particolare categoria professionale. Medici di pronto soccorso, negli studi privati e operatori sanitari subiscono attacchi continui e sono vittime di denunce che, nel 90% dei casi, si risolvono nel nulla. Le denunce attivano, però, procedimenti nel settore della medicina difensiva, con conseguenze economiche di rilievo per le casse pubbliche. Gli episodi hanno un riverbero sulle associazioni dei consumatori, preoccupati per il livello di formazione di cui gli operatori sanitari sono in possesso. Si tratta di una serie di eventi che rischia di incrinare e annientare la relazione di fiducia tra il personale medico ed il paziente. Il perpetuarsi di episodi di aggressioni fisiche e verbali nei confronti del personale sanitario deve rappresentare un monito e deve spingere alla messa in atto di adeguati progetti di prevenzione e protezione. Gli attacchi di violenza rischiano di avere conseguenze psicologiche sul personale sanitario, che fa registrare un numero sempre più importante di burn – out, e sui pazienti. Questi ultimi, infatti, rischiano di vedere rovinata la relazione professionale e di fiducia con il personale medico e sanitario. Gli episodi di aggressioni non possono essere scongiurati né evitati, ma è fondamentale fare attività di prevenzione, al fine di prevederne l’accadimento. Un iter di formazione potrebbe essere la migliore soluzione per tornare ad un livello di normalità e ristabilire una relazione di fiducia tra medico e paziente. A tal proposito, interviene ancora il supporto di Consulcesi e del suo Presidente, Massimo Tortorella che sottolinea: “Il 10% dei nostri corsi di formazione rivolta ai medici è dedicato al miglioramento del rapporto medico paziente attraverso l’acquisizione di strumenti di comunicazione efficace per superare conflitti e criticità che possono generarsi dalla pratica della professione medico sanitaria”. Sulla scia di queste affermazione, proprio Consulcesi offre tra le iniziative per l’anno 2020 un’esperienza formativa sulla difesa dalle aggressioni sul luogo di lavoro. Consulcesi, poi, da sempre impegnato nella tutela dei medici e del personale sanitario, un anno fa ha promosso una petizione su Change.org. Quest’ultima ha come obiettivo fermare i sentimenti di violenza ed odio che potrebbero nascere tra medico e paziente e incoraggiare la formazione del Tribunale della Salute. L’iniziativa del Tribunale lanciata da Consulcesi ha come obiettivo fornire un luogo di conciliazione tra le parti in conflitto, dove promuovere  il dialogo costruttivo e un pacifico raffronto. Oltre 21.140 persone hanno già aderito alla petizione. Il link per firmare e sostenere la petizione è il seguente: https://www.change.org/p/subito-il-tribunale-della-salute-basta-contrapposizioni-tra-medici-e-pazienti

Allarme aggressioni sanitarie

Allarme aggressioni sanitarie, altri due casi in poche ore nel 2020. Tortorella, Consulcesi: “Più valore alla comunicazione tra medico e paziente per ridurre l’odio in corsia”. Consulcesi rilancia la petizione #bastaodiomedicopaziente con oltre 20mila firme.

Il nuovo anno si apre con altre due aggressioni ai medici e personale sanitario. Il primo episodio a pochi minuti dallo scoccare della mezzanotte, con l’esplosione di un petardo lanciato verso un’ambulanza nel quartiere di Barra, nel napoletano. Il secondo, a distanza di poche ore, riguarda una dottoressa dell’ospedale «San Giovanni Bosco» aggredita con una bottigliata sul volto forse da un paziente psichiatrico. 

Sono migliaia, ogni anno, gli operatori sanitari che vengono aggrediti verbalmente o fisicamente da pazienti o dai loro familiari, un fenomeno eclatante che non ha numeri precisi. Secondo l’Omceo sono 1200 aggressioni segnalate nel 2019, tre episodi di violenza al giorno. Il sindacato dei medici dirigenti Anaao Assomed parla di un fenomeno che colpisce il 66% dei medici, ovvero quasi 7 su 10, Di questi, oltre due su tre sono stati aggrediti verbalmente, mentre la restante parte fisicamente. Le aree più a rischio sono la psichiatria e il pronto soccorso, ed i pericoli maggiori si corrono nel Mezzogiorno: arriva infatti al 72% nel Sud e nelle Isole il numero di medici che denuncia aggressioni, e sale all’80% tra chi, di loro, lavora nei pronto soccorso.

“I numeri sono molti di più – commenta Massimo Tortorella, presidente Consulcesi realtà di riferimento legale per oltre 100mila medici e operatori sanitari che ha attivato da oltre un anno il telefono rosso, un servizio gratuito di tutela legale e supporto psicologico –  buona parte dei medici, come ci rivelano le oltre 200 segnalazioni del telefono rosso, non denunciano, per vergogna, rassegnazione o timore di ulteriori soprusi. Il fenomeno appare ormai esteso a tutti i tipi di lavoro sanitario e non sembra riconoscere significative differenze di ruolo, tanto che vengono aggrediti lavoratori di diverse categorie lavorative, dalle ostetriche ai chirurghi.” Conclude Tortorella.

Il fenomeno della violenza in corsia

Ogni giorno troppi medici sono vittime di aggressioni o costretti a difendersi dalle accuse che spesso si risolvono in un nulla di fatto. Un clima di intolleranza che ha preso di mira in particolar modo il mondo medico sanitario con un escalation di aggressioni nei pronto soccorso e negli studi privati, susseguirsi di denunce (molto spesso pretestuose, tant’è che nel 90% dei casi circa finisce in un nulla di fatto) nei confronti degli operatori, con conseguente aumento del ricorso alla medicina difensiva (e relativi costi eccessivi per le casse pubbliche), preoccupazione da parte delle associazioni di consumatori per il livello di formazione del personale sanitario. Tutto questo rischia di distruggere definitivamente il rapporto medico-paziente 

La comunicazione è la prima forma di prevenzione

Gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari costituiscono eventi sentinella che richiedono la messa in atto di opportune iniziative di prevenzione e protezione. Le aggressioni sono un problema importante per le ricadute soprattutto psicologiche che possono avere sugli operatori (burn-out) e sui pazienti (compromissione delle relazioni terapeutiche). É bene precisare che gli incidenti violenti non sono degli eventi inevitabili ma è possibile e doveroso prevederli e prevenirli. Il miglior antidoto per stemperare le tensioni e recuperare il rapporto fiduciario tra medico e paziente, è senza dubbio un solido percorso formativo. “Il 10% dei nostri corsi di formazione rivolta ai medici è dedicato al miglioramento del rapporto medico paziente attraverso l’acquisizione di strumenti di comunicazione efficace per superare conflitti e criticità che possono generarsi dalla pratica della professione medico sanitaria” aggiunge Tortorella. Tra le novità per il 2020 il corso Ecm per difendersi dalle aggressioni nei luoghi di lavoro. https://www.corsi-ecm-fad.it/catalogo-corsi/sicurezza/corso-ecm-rischio-aggressione-nei-luoghi-di-lavoro-ed2019/862

Petizione su Change.org

Consulcesi, in prima linea nella tutela dei camici bianchi e accanto ai pazienti che a loro si rivolgono, ha lanciato 11 mesi fa una petizione su Change.org per dire basta all’odio tra medico e paziente e promuovere la creazione del Tribunale della Salute: un vero e proprio luogo di confronto, e non di contrapposizione, tra medici e pazienti. Ad oggi hanno già firmato 21.140 persone.  https://www.change.org/p/subito-il-tribunale-della-salute-basta-contrapposizioni-tra-medici-e-pazienti